Coronavirus, le piccole aziende vinicole crollano: “A marzo l’80% in meno di vendite”

24/04/2020 - 

Continua il viaggio di Arsial, insieme all’ Agenzia di stampa DIRE, tra le Aziende del Lazio sentire il polso dell’agricoltura laziale ai tempi del coronavirus e le difficoltà che il settore si trova oggi ad affrontare. Ed è – purtroppo un quadro niente affatto allegro: per le aziende vitivinicole il conto dell’emergenza sanitaria rischia di essere molto salato. Pesa la chiusura di ristoranti, locali ed enoteche, un mercato dei vini di qualità in cui operano tante piccole e medie imprese.

Almeno l’80% delle nostre vendite è attraverso il canale Horeca, che da marzo è completamente fermo” racconta Ludovico Botti, titolare di una cantina biologica nell’Alto Viterbese. La stessa sorte tocca inevitabilmente a molte aziende del territorio, specie quelle che si rivolgono a consumatori più selezionati. “Chi rifornisce la Gdo- spiega Stefano Matturro, produttore di vini autoctoni di livello dell’area di Piglio- sta facendo bene in questo momento. Ma i consumi riguardano perlopiù i vini di fascia bassa. Noi dai supermercati, che rappresentano una piccola parte del nostro mercato, abbiamo ricevuto il 30% in meno di ordini”.

Meno vendite quindi e meno guadagni. Una condizione che rende sempre più difficile sostenere i costi che mantenere un’azienda agricola richiede. Avere un punto vendita, un e-commerce o fare le consegne a domicilio aiuta ma non risolve il problema. C’è chi riesce a vendere il 5%, chi fino al 10% del prodotto. “Le vendite online stanno andando abbastanza bene ma non fanno fare i salti di gioia– racconta Giuliano Stramacci, dell’omonima cantina di Roma, confessando anche un senso di amarezza per il comportamento “di certi noti distributori che invece di tendere una mano chiedono anche il 50% di sconto, una politica che mi rifiuto di accettare”.

Con litri e litri di vino fermi nelle botti, poi, si fa fatica a credere nella ripartenza dopo la crisi. “Abbiamo bisogno di smaltire il non venduto – spiega Roberto Rotelli di Casale Mattia – perché i mercati, soprattutto quelli esteri, vogliono le nuove annate. Con il vino che abbiamo adesso nelle botti, allora, che ci facciamo? Il discorso sulla distillazione di crisi – ragiona il viticoltore riferendosi all’idea di trasformare il vino in alcol per produrre disinfettanti – riguarda i vini generici che saranno venduti per la trasformazione a 30/40 centesimi al litro. Ma non può valere ad esempio per il Frascati, che ha un costo di produzione maggiore. Si potrebbe pensare quindi a compensare la differenza con aiuti pubblici, così si mandano le cantine vuote a settembre”.

L’idea non raccoglie molti consensi tra i viticoltori, più che altro per motivi pratici, di pura sopravvivenza. “La distillazione di crisi è l’ultima spiaggia, l’ultimo urlo prima di buttarsi nel fosso” dice Stefano Matturro. “Una bestemmia” la definisce Ludovico Botti. In generale, assieme alla ‘vendemmia verde’, la misura viene considerata insufficiente. Per molti l’unica cura che permetterà a tante aziende di settore di uscire vive da questa crisi è un’iniezione di denaro. “Ci vogliono finanziamenti a fondo perduto, sarebbero investimenti nella sopravvivenza dei territori” suggerisce Matturro. Ma quanti soldi hanno perso le aziende dall’inizio del lockdown è difficile da calcolare. Un criterio lo suggerisce Giuliano Stramacci: “Confrontiamo le fatture dello scorso anno con quelle dello stesso mese dell’anno corrente. Lo Stato potrebbe compensare una parte della differenza”. Dovrebbe essere “almeno il 50%” dice Ludovico Botti.

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